Nell’estate del 1944 il Friuli era diventato un territorio strategico per il Terzo Reich.
La guerra stava cambiando rapidamente. A est l’Armata Rossa avanzava, costringendo le forze tedesche e i loro alleati a ritirarsi verso l’Europa centrale. In Italia, dopo l’8 settembre 1943, l’occupazione tedesca aveva trasformato profondamente anche il Friuli, mentre nelle montagne la Resistenza acquistava forza e riusciva a controllare territori sempre più vasti.
Per la Germania quelle vallate avevano un’importanza che andava ben oltre la loro dimensione locale. Attraverso il Friuli passavano strade, ferrovie e collegamenti indispensabili tra l’Italia settentrionale e l’Austria, vie che diventavano ancora più importanti mentre il fronte si avvicinava ai confini del Reich.
Era necessario controllare il territorio, proteggere le comunicazioni e contrastare le formazioni partigiane.
Contemporaneamente, migliaia di cosacchi e caucasici che avevano combattuto contro l’Unione Sovietica al fianco della Germania stavano arretrando verso occidente.
Non si muovevano soltanto reparti militari. Con loro viaggiavano famiglie intere: donne, bambini, anziani, cavalli, carri e bestiame. Una popolazione in movimento che la guerra aveva progressivamente allontanato dalle proprie terre.
Fu in questo scenario che due vicende nate a migliaia di chilometri di distanza finirono per incontrarsi.
Le montagne del Friuli stavano per diventare la nuova, provvisoria terra dei cosacchi.
Nel corso del 1944 la situazione militare della Germania sul fronte orientale precipitò.
L’Armata Rossa avanzava rapidamente verso occidente, riconquistando vasti territori dell’Unione Sovietica e costringendo l’esercito tedesco e le formazioni che combattevano al suo fianco a una lunga ritirata.
Tra queste vi erano anche migliaia di cosacchi che avevano scelto di combattere contro il potere sovietico.
Per molti di loro la ritirata non rappresentava soltanto una conseguenza militare. Il ritorno dell’Armata Rossa significava anche il ritorno sotto il controllo di uno Stato che consideravano nemico e dal quale alcuni erano fuggiti o contro il quale avevano combattuto.
Per questo, insieme ai reparti armati, si spostavano anche le famiglie.
Donne, bambini e anziani seguirono il movimento verso occidente portando con sé ciò che era possibile trasportare: carri, cavalli, animali, oggetti personali e quanto rimaneva di una vita progressivamente sconvolta dalla guerra.
La prospettiva di una vittoria tedesca e della ricostituzione di una patria cosacca nelle terre del Don, del Kuban e del Caucaso diventava intanto sempre più remota.
Più il fronte avanzava verso occidente, più quelle terre si allontanavano.
Il destino dei cosacchi era ormai legato a quello della Germania.
E mentre il Reich perdeva territori a est, diventava necessario trovare un luogo nel quale trasferire e utilizzare militarmente quelle migliaia di uomini e le comunità che li accompagnavano.
Quel luogo sarebbe stato individuato molto lontano dalle steppe.
Nelle montagne del Friuli.
Dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, il Friuli e parte dei territori dell’Italia nordorientale assunsero un’importanza ancora maggiore nei piani della Germania nazista.
La Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico – Operationszone Adriatisches Küstenland venne posta sotto diretto controllo tedesco, sottraendo di fatto questi territori all’amministrazione ordinaria della Repubblica Sociale Italiana.
Non si trattava soltanto di una scelta politica.
La posizione geografica del Friuli lo rendeva essenziale per il sistema militare tedesco. Attraverso questa regione passavano importanti collegamenti ferroviari e stradali tra l’Italia settentrionale, l’Austria e quindi il territorio del Reich.
Con l’avvicinarsi della fase finale della guerra, mantenere aperte e sicure quelle vie di comunicazione diventava sempre più importante.
Ma proprio nelle montagne della Carnia e dell’Alto Friuli la presenza partigiana cresceva.
Le caratteristiche del territorio favorivano la Resistenza: vallate, montagne, boschi e collegamenti difficili offrivano possibilità di movimento e di controllo che rendevano complicata la presenza permanente delle forze di occupazione.
Per le autorità tedesche il problema era quindi duplice: difendere un territorio strategico e combattere una Resistenza che stava diventando capace non soltanto di compiere azioni militari, ma anche di sottrarre intere zone al controllo nazifascista.
In questo scenario l’impiego delle formazioni cosacche e caucasiche offriva una possibile risposta.
Avrebbero potuto presidiare le vallate, partecipare alle operazioni antipartigiane e contribuire al controllo di un territorio sempre più difficile da governare.
Ma alla funzione militare si sovrappose un progetto ancora più ambizioso.
Quelle montagne avrebbero potuto diventare anche la terra nella quale insediare temporaneamente le comunità cosacche.
A partire dall’estate del 1944 cominciarono così ad arrivare in Friuli migliaia di cosacchi e caucasici.
Il loro trasferimento rappresentò qualcosa di molto diverso dal semplice spostamento di reparti militari.
Attraverso ferrovie e strade alpine arrivavano soldati, ma dietro di loro si muoveva un’intera società.
C’erano donne e bambini, anziani e religiosi. C’erano cavalli e bestiame, carri carichi di oggetti, strumenti e beni familiari. C’erano strutture militari, ma anche quelle civili e religiose necessarie a organizzare la vita di una comunità.
Era il risultato di anni di guerra e di spostamenti.
Molti avevano percorso migliaia di chilometri attraverso un’Europa devastata dal conflitto, seguendo un fronte che continuava a muoversi verso occidente.
Il loro arrivo nelle vallate friulane produsse un’immagine che sarebbe rimasta a lungo nella memoria della popolazione locale: lunghe colonne di uomini, donne, carri e cavalli che percorrevano strade normalmente attraversate dagli abitanti dei piccoli paesi di montagna.
Per le comunità friulane fu l’apparizione improvvisa di un mondo sconosciuto.
Lingue diverse, uniformi, abiti, religione, tradizioni e soprattutto una presenza massiccia di cavalli accompagnavano una popolazione che proveniva da regioni delle quali molti abitanti locali conoscevano poco o nulla.
La distanza geografica e culturale era enorme.
Eppure, per alcuni mesi, quelle persone avrebbero abitato gli stessi paesi, percorso le stesse strade e condiviso gli stessi spazi.
Dopo migliaia di chilometri, quel lungo movimento verso occidente aveva raggiunto la sua destinazione.
La Carnia.
L’idea di assegnare ai cosacchi un territorio nel quale insediarsi non nacque al loro arrivo in Friuli.
Già nel novembre 1943 le autorità tedesche avevano prospettato la possibilità di una sistemazione territoriale temporanea, in attesa che l’andamento della guerra consentisse, secondo le aspettative di allora, un futuro ritorno nelle terre d’origine.
Nel 1944 quella promessa trovò una concreta collocazione geografica nelle montagne del Friuli.
Per le comunità cosacche, dopo anni di guerra e continui spostamenti, la prospettiva di un territorio nel quale fermarsi poteva assumere il significato di una nuova patria, seppure provvisoria.
Ma esisteva una contraddizione fondamentale.
Quella terra non era vuota.
Era abitata da secoli da comunità friulane. Erano paesi, case, stalle, campi e boschi appartenenti a una popolazione che stava già sopportando le conseguenze dell’occupazione e della guerra.
E proprio in quei mesi, in quelle stesse montagne, stava prendendo forma qualcosa che rendeva il progetto tedesco ancora più difficile da realizzare.
Durante l’estate del 1944 le formazioni partigiane riuscirono progressivamente a sottrarre vaste aree della Carnia e dell’Alto Friuli al controllo nazifascista.
Per la prima volta la lotta armata si trasformava anche nell’esperienza concreta di amministrare un territorio liberato.
Comuni, vallate e comunità locali parteciparono a una delle esperienze più significative della Resistenza italiana.
Nacque la Repubblica libera della Carnia.
Si creò così un paradosso drammatico.
Da una parte, migliaia di persone provenienti dall’Europa orientale avanzavano verso il Friuli convinte di poter trovare nelle sue montagne una nuova terra.
Dall’altra, quelle stesse montagne erano diventate il luogo nel quale partigiani e popolazione locale cercavano di costruire uno spazio liberato dall’occupazione nazifascista.
La terra promessa ai cosacchi era una terra che altri stavano combattendo per liberare.
Prima che il Kosakenland potesse nascere, la Repubblica della Carnia doveva essere sconfitta.
Il terzo capitolo ricostruisce le ragioni militari e politiche che portarono migliaia di cosacchi e caucasici fino alle montagne del Friuli.