Nella primavera del 1945 il Terzo Reich era ormai al collasso.
L’Armata Rossa avanzava da est verso il cuore della Germania, mentre in Italia gli eserciti alleati stavano travolgendo le ultime difese tedesche. Anche nelle montagne friulane gli equilibri costruiti durante i mesi precedenti si stavano rapidamente dissolvendo.
Per le migliaia di cosacchi e caucasici insediati in Carnia era arrivato il momento di prendere una decisione.
Restare non era più possibile. Il Kosakenland in Norditalien era nato all’interno del sistema di occupazione tedesco e la sua stessa esistenza dipendeva dalla capacità del Terzo Reich di mantenere il controllo del territorio. Con la sconfitta della Germania veniva meno ogni possibilità di conservare quella nuova patria.
Tornare verso est era altrettanto impensabile. Per molti significava andare incontro all’Unione Sovietica, dalla quale erano fuggiti o contro la quale avevano combattuto.
Rimaneva una sola direzione: muoversi ancora una volta verso occidente, attraversare le Alpi e raggiungere l’Austria.
Per molti era l’ennesimo viaggio di una storia iniziata anni prima, quando la guerra li aveva progressivamente spinti dalle regioni dell’Europa orientale attraverso Ucraina, Bielorussia e Polonia, fino all’Italia.
Ora quella lunga ritirata ricominciava.
Nei paesi della Carnia l’incertezza cresceva. I presidi militari si preparavano alla partenza, mentre le formazioni partigiane tornavano progressivamente a esercitare una pressione sempre maggiore sul territorio.
Non ovunque l’occupazione terminò nello stesso momento e nello stesso modo. In alcune località i cosacchi iniziarono ad abbandonare i paesi; altrove gli ultimi giorni furono ancora segnati da combattimenti, tensioni e violenze.
Dopo appena sette mesi, la terra che avrebbe dovuto rappresentare una nuova patria veniva abbandonata.
Il Kosakenland era giunto alla fine.
Tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio del 1945 le comunità cosacche cominciarono a lasciare i paesi nei quali si erano insediate.
Per la seconda volta in pochi mesi, le strade della Carnia si riempirono di colonne di uomini, donne, bambini, carri e cavalli.
Ma questa volta la direzione era opposta.
Quando erano arrivati, nell’autunno del 1944, portavano con sé la speranza di fermarsi. Avevano occupato case, organizzato stanitse, creato scuole, ospedali, luoghi di culto e strutture amministrative. Ora tutto ciò che avevano cercato di costruire doveva essere nuovamente abbandonato.
Non era soltanto la ritirata di un esercito.
Accanto ai combattenti si muovevano ancora una volta famiglie intere: donne, bambini e anziani che per anni avevano seguito gli spostamenti delle formazioni cosacche attraverso l’Europa. Con loro viaggiavano carri carichi di oggetti, viveri e quanto era possibile trasportare, insieme a migliaia di cavalli e altri animali.
Era una società intera che tornava a mettersi in movimento.
Le colonne risalivano le vallate verso nord. La principale via di fuga conduceva attraverso la Valle del But verso Paluzza e il Passo di Monte Croce Carnico, oltre il quale si apriva la Carinzia.
Il percorso era difficile. Le strade di montagna dovevano sostenere il passaggio contemporaneo di militari, civili, carri e animali, mentre tutt’intorno l’autorità tedesca stava rapidamente collassando.
Le formazioni partigiane tornavano nei paesi e cercavano di assumere il controllo delle strade e dei centri abitati. Tedeschi, cosacchi e altri reparti in ritirata si dirigevano verso il confine.
Per la popolazione friulana fu l’ultima grande immagine collettiva di quella presenza: le stesse persone che per sette mesi avevano occupato case, paesi e vallate ora percorrevano le strade verso nord.
Dietro di loro rimanevano le stanitse, gli edifici occupati, le scuole, gli ospedali e i luoghi di culto.
Davanti c’erano le Alpi.
La ritirata non significò la fine immediata della violenza.
Al contrario, in alcuni luoghi la dissoluzione dell’occupazione rese gli ultimi giorni particolarmente confusi e pericolosi.
Le catene di comando si stavano spezzando. Reparti militari in ritirata percorrevano le stesse strade sulle quali tornavano a muoversi apertamente le formazioni partigiane. Nei paesi la popolazione attendeva la fine della guerra senza sapere esattamente quando e come sarebbe arrivata.
In alcune località la partenza dei cosacchi avvenne senza grandi scontri. In altre, invece, le ultime ore dell’occupazione furono tra le più drammatiche.
A Ovaro, tra il 1° e il 2 maggio 1945, cosacchi e partigiani si affrontarono mentre il sistema del Kosakenland stava ormai cessando di esistere.
La guerra e l’occupazione lasciavano così il territorio in maniera disordinata, violenta e differente da valle a valle.
Per le comunità friulane quei giorni significavano anche cominciare a riprendere possesso degli spazi che erano stati occupati per mesi.
Famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni potevano finalmente pensare di tornarvi. Altre avevano vissuto per mesi in pochi locali della propria casa, dopo averne ceduto la parte maggiore alle famiglie cosacche. Paesi, stalle, edifici pubblici e abitazioni portavano i segni di una presenza che aveva trasformato profondamente la vita quotidiana.
Per i cosacchi, invece, quelle stesse case e quegli stessi paesi diventavano qualcosa da lasciare alle spalle.
Era questa una delle contraddizioni più profonde della fine del Kosakenland.
Per i friulani quella era la propria terra, finalmente liberata dall’occupazione. Per molti cosacchi era diventata l’ennesima patria perduta.
La guerra stava finendo.
Ma non era ancora finita per tutti.
Intanto le colonne continuavano a dirigersi verso il confine.
La meta della ritirata era l’Austria.
Per i cosacchi che avevano combattuto contro l’Unione Sovietica, cadere nelle mani dell’Armata Rossa rappresentava la prospettiva più temuta.
Alcuni appartenevano a famiglie che avevano combattuto contro i bolscevichi durante la guerra civile russa o avevano vissuto per decenni nell’esilio. Altri provenivano dall’Unione Sovietica e durante la Seconda guerra mondiale avevano scelto di combattere al fianco della Germania.
Per questi ultimi, soprattutto, il ritorno significava aspettarsi arresti, processi, deportazioni e pesanti conseguenze per la collaborazione con il nemico.
Gli Alleati occidentali apparivano quindi come l’unica possibile via di salvezza.
La speranza era raggiungere la zona controllata dai britannici, consegnare le armi ed essere trattati come prigionieri di guerra, evitando soprattutto di essere riconsegnati all’Unione Sovietica.
Ma raggiungere l’Austria significava anche abbandonare definitivamente ciò che per pochi mesi avevano cercato di costruire in Carnia.
Le stanitse venivano lasciate alle spalle.
Località che erano state inserite nella nuova organizzazione territoriale cosacca tornavano alle comunità friulane. Alesso, Trasaghis, Cavazzo e gli altri paesi occupati uscivano da un’esperienza durata soltanto pochi mesi ma destinata a lasciare una memoria profonda. Nel progetto del Kosakenland alcune località avevano ricevuto perfino denominazioni legate alle terre cosacche d’origine.
La promessa di ricostruire nelle Alpi una comunità perduta si era rivelata un’illusione.
Era stata resa possibile dall’occupazione di una terra già abitata e dalla protezione di una potenza che stava perdendo la guerra.
Ora tutto veniva lasciato alle spalle.
Le colonne attraversarono il confine e raggiunsero la Carinzia.
Dopo anni di guerra, esilio e continui spostamenti, il viaggio verso occidente sembrava finalmente essere terminato.
Le armi potevano essere consegnate.
Le famiglie potevano fermarsi.
La guerra in Europa era finita.
Per qualche giorno molti pensarono di essere finalmente al sicuro.
Non sapevano ancora quale decisione sarebbe stata presa sul loro destino.
L’ottavo capitolo racconta l’abbandono della Carnia e la ritirata delle comunità cosacche attraverso le Alpi verso l’Austria.