LA RESISTENZA

La Repubblica Libera della Carnia e i suoi protagonisti

Tra l’estate e l’autunno del 1944 la Carnia e l’Alto Friuli furono teatro di una delle più significative esperienze della Resistenza italiana.

Mentre gran parte dell’Italia settentrionale era ancora occupata dalle forze tedesche e fasciste, le formazioni partigiane riuscirono progressivamente a sottrarre al loro controllo un vastissimo territorio montano.

Per alcune settimane decine di comuni e decine di migliaia di abitanti si trovarono così a vivere in una zona liberata. Le ricostruzioni storiche indicano un territorio di circa 2.500 chilometri quadrati, con una popolazione che si avvicinava alle 90.000 persone: una delle più estese zone libere sorte nell’Italia occupata.

Ma ciò che accadde in Carnia non fu soltanto una conquista militare.

Dopo oltre vent’anni di dittatura fascista, nelle vallate liberate si cercò di ricostruire dal basso una vita politica e civile: furono eletti organismi comunali, si affrontarono i problemi dei rifornimenti, della scuola, della giustizia e dell’amministrazione e si costituì un vero organismo di governo del territorio.

Per poche settimane, mentre la guerra continuava tutt’intorno, la Resistenza provò non soltanto a liberare un territorio, ma anche a immaginare come governarlo.

Era nata la Zona Libera della Carnia e dell’Alto Friuli.

UNA TERRA LIBERATA

Dopo l’8 settembre 1943 il Friuli venne inserito nella Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico – Operationszone Adriatisches Küstenland (OZAK), sottoposta al diretto controllo della Germania nazista.

La posizione geografica rendeva il territorio particolarmente importante. Le vallate friulane costituivano infatti una naturale via di collegamento verso l’Austria e il cuore del Reich.

Proprio nelle montagne, però, la Resistenza crebbe rapidamente.

Le formazioni Garibaldi e Osoppo, espressione di culture politiche e ideali differenti, svilupparono una presenza sempre più forte. Attraverso azioni militari, sabotaggi e il progressivo indebolimento dei presidi nazifascisti, durante l’estate del 1944 vaste aree della Carnia e dell’Alto Friuli passarono sotto il controllo partigiano.

La Zona Libera arrivò a comprendere circa quaranta comuni, dalla Carnia alle Prealpi friulane, coinvolgendo anche Sappada e Lorenzago nel Bellunese. Le fonti non restituiscono sempre numeri perfettamente coincidenti sui confini e sulla popolazione, perché il controllo del territorio mutò nel corso dell’estate, ma concordano sulla straordinaria estensione dell’esperienza.

Non esisteva un fronte tradizionale.

Il controllo delle vallate dipendeva dalla presenza delle formazioni partigiane, dal sostegno delle comunità e dalla capacità di mantenere collegamenti e rifornimenti in un territorio montano molto vasto.

Per molte popolazioni locali, tuttavia, avvenne qualcosa che fino a pochi mesi prima sarebbe sembrato impossibile.

I podestà nominati durante il fascismo vennero dichiarati decaduti e, dopo vent’anni di dittatura, si tornò a parlare di elezioni.

UN ESPERIMENTO DI DEMOCRAZIA

È questo l’aspetto che rende l’esperienza della Carnia particolarmente significativa.

La Zona Libera non fu pensata soltanto come un territorio controllato militarmente dai partigiani. L’obiettivo era restituire alle comunità la possibilità di amministrarsi.

Tra la fine di agosto e settembre del 1944 furono organizzate elezioni nei comuni liberati. Il voto avveniva per scheda segreta e spettava ai capifamiglia, secondo una consuetudine presente nelle forme associative locali: potevano quindi votare anche le donne quando rivestivano quel ruolo. Era un sistema ancora lontano dal suffragio universale, ma rappresentò comunque una rottura straordinaria dopo oltre vent’anni senza libere elezioni.

I nuovi Comitati e le Giunte comunali non avevano soltanto un valore simbolico.

Dovevano amministrare concretamente i paesi: gestire i beni pubblici, organizzare l’approvvigionamento alimentare, mantenere l’ordine e affrontare le necessità quotidiane di una popolazione che continuava a vivere in condizioni di guerra.

Il 26 settembre 1944, ad Ampezzo, si costituì la Giunta di Governo della Zona Libera.

Ne facevano parte rappresentanti dei principali partiti antifascisti e, con diverse funzioni, rappresentanti delle formazioni partigiane e delle organizzazioni della società: Gruppi di Difesa della Donna, Fronte della Gioventù, organizzazioni dei contadini e dei lavoratori.

In poche settimane vennero affrontate questioni sorprendentemente ampie.

Fu istituita una Guardia del Popolo con funzioni di ordine pubblico; si intervenne nell’amministrazione della giustizia; vennero affrontati il problema fiscale e quello dell’approvvigionamento; furono emanate disposizioni sulla gestione dei boschi e del legname. Una specifica commissione si occupò della scuola, degli insegnanti, dei libri e del materiale didattico.

Un principio era particolarmente importante: il potere civile doveva mantenere una propria autonomia rispetto ai comandi militari partigiani. La Zona Libera non doveva essere semplicemente amministrata dai combattenti, ma attraverso organismi rappresentativi delle comunità.

L’esperienza durò pochissimo.

Ma in quelle poche settimane, nel cuore di una guerra, uomini e donne che avevano conosciuto soltanto il fascismo provarono concretamente a immaginare istituzioni differenti.

La Resistenza diventava così non soltanto lotta contro un’occupazione, ma esperienza di partecipazione e di governo.

LA CADUTA DELLA ZONA LIBERA

L’esistenza di un territorio così vasto sottratto al controllo nazifascista non poteva essere tollerata a lungo dal comando tedesco.

La Carnia aveva un’importanza strategica fondamentale: attraverso le sue vallate passavano collegamenti verso l’Austria e la presenza di una grande zona partigiana costituiva una minaccia alle retrovie tedesche.

Nell’autunno del 1944 iniziò quindi la controffensiva.

Le forze tedesche e fasciste disponevano di uomini, mezzi e armamenti molto superiori a quelli delle formazioni partigiane. Alle operazioni parteciparono anche reparti cosacchi e caucasici, il cui trasferimento nel Friuli era già cominciato.

La riconquista non avvenne in un solo giorno.

Le formazioni partigiane cercarono di difendere il territorio, ma la pressione militare divenne progressivamente insostenibile. Nell’ottobre 1944 la Zona Libera cominciò a restringersi e i partigiani furono costretti ad abbandonare i centri abitati e a ripiegare nuovamente verso le montagne.

Con la perdita dei paesi venne meno anche la possibilità di mantenere le istituzioni costruite durante l’estate.

La breve esperienza di autogoverno era terminata.

Ma la Resistenza non terminò con la caduta della Zona Libera.

Le formazioni Garibaldi e Osoppo continuarono a operare durante l’inverno, in condizioni estremamente difficili, mantenendo collegamenti con la popolazione e proseguendo la lotta fino alla primavera del 1945.

Per i civili iniziò invece una nuova fase.

La riconquista delle vallate portò il ritorno dell’occupazione, i rastrellamenti, le requisizioni e la guerra antipartigiana. Contemporaneamente, nei paesi cominciarono a insediarsi migliaia di cosacchi e caucasici con le loro famiglie.

La caduta della Zona Libera aprì così la strada alla nascita del Kosakenland.

VOLTI DELLA RESISTENZA

La Resistenza friulana non fu la storia di pochi protagonisti.

Fu un fenomeno collettivo nel quale confluirono esperienze molto diverse: partigiani delle formazioni Garibaldi e Osoppo, antifascisti, giovani, donne, sacerdoti, amministratori, staffette e civili che offrirono aiuto, rifugio, informazioni o viveri.

Anche all’interno della Resistenza esistevano posizioni politiche e progetti differenti. Garibaldini e osovani non condividevano la stessa visione politica e i rapporti tra le diverse componenti furono talvolta complessi e conflittuali.

Eppure, nell’esperienza della Zona Libera, queste culture differenti riuscirono anche a partecipare alla costruzione di istituzioni comuni.

Dietro le definizioni di Garibaldi, Osoppo, CLN o Zona Libera c’erano soprattutto persone.

Persone spesso giovanissime, che nell’estate del 1944 si trovarono a combattere, amministrare paesi, organizzare rifornimenti, trasportare messaggi, curare feriti o semplicemente scegliere da quale parte stare.

I nove volti raccolti in questa sezione raccontano soltanto alcune di quelle vite.

Non rappresentano tutta la Resistenza friulana, ma permettono di avvicinarsi alla storia attraverso coloro che la vissero.

Perché la storia della Zona Libera della Carnia non è soltanto quella di un territorio liberato o di un governo durato poche settimane.

È la storia di uomini e donne che, mentre la guerra non era ancora finita, provarono a immaginare ciò che sarebbe venuto dopo.