Ci sono storie che sembrano appartenere a luoghi lontani e che invece, improvvisamente, attraversano le nostre montagne ed entrano nella vita delle comunità.
Quella del Kosakenland è una di queste.
Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945, migliaia di cosacchi e caucasici provenienti dall’Europa orientale arrivarono in Carnia e nell’Alto Friuli, insieme alle loro famiglie.
Uomini in armi, ma anche donne, bambini e anziani. Con loro arrivarono cavalli, carri, animali, oggetti e tradizioni di un mondo che sembrava lontanissimo da quello delle vallate friulane.
Per alcuni mesi queste montagne divennero il centro di un progetto politico e militare promosso dalla Germania nazista: il Kosakenland in Norditalien.
Fu l’incontro inatteso tra mondi profondamente diversi.
Da una parte una popolazione che portava con sé una storia complessa, segnata dalla caduta dell’Impero russo, dalla rivoluzione, dalla guerra civile, dalle persecuzioni, dall’esilio e dalla speranza di trovare una nuova terra.
Dall’altra le comunità friulane, profondamente legate ai propri paesi e alle proprie montagne, che stavano vivendo uno dei periodi più drammatici della loro storia: l’occupazione tedesca, la guerra partigiana, le requisizioni e le difficoltà quotidiane di una popolazione civile travolta dal conflitto.
Per pochi mesi una vicenda cominciata migliaia di chilometri più a est arrivò così nel cuore delle montagne friulane.
Le sue tracce sarebbero rimaste nei documenti e nelle fotografie, ma soprattutto nella memoria delle persone: nei racconti sui cosacchi, sui cavalli, sui carri, sulle case occupate e su quella popolazione venuta da così lontano.
Una delle pagine più singolari e meno conosciute della Seconda guerra mondiale.
Nell’estate del 1944, mentre la guerra entrava nella sua fase conclusiva e la Resistenza si rafforzava nelle montagne friulane, il Terzo Reich decise di trasferire in Carnia e nell’Alto Friuli migliaia di cosacchi e caucasici.
Il loro impiego aveva innanzitutto una funzione militare. Le formazioni cosacche avrebbero dovuto presidiare il territorio, controllare le vie di comunicazione e partecipare alle operazioni contro le formazioni partigiane.
Ma non arrivarono soltanto soldati.
Con loro viaggiavano donne, bambini, anziani e intere famiglie, accompagnati da carri, cavalli, bestiame e da tutto ciò che una popolazione in movimento poteva portare con sé dopo anni trascorsi attraversando un’Europa sconvolta dalla guerra.
Dietro l’impiego militare esisteva infatti un progetto più ampio: offrire alle comunità cosacche un territorio nel quale stabilirsi, una nuova terra che la Germania nazista aveva individuato proprio nelle montagne della Carnia e dell’Alto Friuli.
Dopo la caduta della Repubblica partigiana della Carnia, la loro presenza sul territorio divenne ancora più evidente. Paesi, edifici, abitazioni e stalle furono occupati o requisiti e l’organizzazione delle comunità cosacche cominciò a inserirsi nella geografia dei paesi friulani.
Nacquero stanitse, amministrazioni, scuole, ospedali e luoghi di culto. Le strade furono percorse da uomini a cavallo e da colonne di carri. Famiglie provenienti dall’Europa orientale si stabilirono accanto a famiglie friulane.
Per la popolazione locale significò vedere trasformarsi in pochissimo tempo il proprio mondo quotidiano.
Case, cortili, stalle, strade e paesi diventarono gli spazi nei quali occupanti e popolazione civile furono costretti a convivere, in una situazione segnata dalla guerra, dalle requisizioni e dalla violenza, ma anche dagli inevitabili rapporti quotidiani tra persone.
Il progetto di una nuova patria cosacca sarebbe durato soltanto pochi mesi.
Ma tra il 1944 e il 1945, per un breve e drammatico momento della storia europea, la Carnia divenne il Kosakenland.
L’arrivo dei cosacchi non fu soltanto un’operazione militare.
Nelle vallate friulane arrivò un mondo.
Una comunità con le proprie lingue, la religione ortodossa, le proprie gerarchie militari e civili, le tradizioni, gli abiti, i cavalli e forme di organizzazione sociale profondamente diverse da quelle della popolazione locale.
Per gli abitanti della Carnia e dell’Alto Friuli significò confrontarsi improvvisamente con uomini, donne e bambini provenienti da regioni lontane migliaia di chilometri.
Persone delle quali spesso non conoscevano la lingua, la storia e neppure le ragioni che le avevano condotte fin lì.
La guerra aveva fatto incontrare, in uno spazio geografico piccolissimo, vite provenienti dagli estremi opposti dell’Europa.
Ma per comprendere davvero ciò che accadde in Friuli tra il 1944 e il 1945 non basta cominciare da quell’estate.
Dietro gli uomini a cavallo, le famiglie, i carri e le stanitse che apparvero nelle vallate friulane c’era infatti una storia iniziata molti decenni prima e molto lontano da queste montagne.
Una storia che attraversava la fine dell’Impero russo, la Rivoluzione bolscevica, la guerra civile, la nascita dell’Unione Sovietica, le persecuzioni e l’esilio di una parte delle comunità cosacche.
Poi una nuova guerra.
L’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e la scelta di una parte del mondo cosacco di combattere contro il potere sovietico al fianco della Germania nazista avrebbero rimesso in movimento uomini e famiglie, trascinandoli ancora una volta attraverso l’Europa.
Fino ad arrivare qui.
Per capire il Kosakenland bisogna quindi lasciare per un momento le montagne del Friuli e tornare indietro nel tempo.
Bisogna andare verso est, nelle grandi pianure attraversate dal Don, dal Kuban e dal Terek, dove per secoli si erano sviluppate comunità con una particolare organizzazione militare, politica e sociale.
Bisogna comprendere le rivoluzioni, le guerre e le scelte che trasformarono il loro destino.
Bisogna capire chi erano i cosacchi.
Il primo capitolo introduce la storia del Kosakenland e anticipa il percorso raccontato nei nove episodi.