Nel maggio del 1945 la guerra in Europa era finita.
Dopo aver lasciato la Carnia e attraversato le Alpi, migliaia di cosacchi raggiunsero la Carinzia, nella zona di Lienz, e si consegnarono alle truppe britanniche.
Per molti sembrava essere finalmente la fine di un viaggio durato anni.
Erano partiti dalle regioni dell’Europa orientale, avevano seguito la ritirata tedesca attraverso il continente e, per pochi mesi, avevano cercato di costruire nelle montagne del Friuli quella nuova terra che era stata loro promessa.
Ora il Terzo Reich non esisteva più. Il Kosakenland era finito. Le armi potevano essere consegnate.
Con i combattenti erano arrivati ancora una volta donne, bambini, anziani, sacerdoti e famiglie intere, che avevano condiviso gli stessi spostamenti e la stessa incertezza.
La speranza era semplice: rimanere nelle zone controllate dagli Alleati occidentali e non essere riconsegnati all’Unione Sovietica.
Per qualche giorno molti pensarono di essere finalmente al sicuro.
Ma la guerra era terminata prima che fosse deciso il loro destino.
Nelle prime settimane di maggio le comunità cosacche vennero concentrate nella zona di Lienz, in particolare nell’area di Peggetz e lungo la valle della Drava.
La resa ai britannici sembrava offrire ciò che avevano cercato durante la ritirata: la possibilità di consegnarsi a un esercito occidentale e sottrarsi all’avanzata sovietica.
Le formazioni vennero disarmate e nei campi si ritrovarono insieme militari e civili.
Era una popolazione estremamente eterogenea.
C’erano uomini che avevano combattuto nelle formazioni cosacche al servizio della Germania nazista; ufficiali e dirigenti politici; cosacchi provenienti dall’Unione Sovietica; ma anche esuli appartenenti alle generazioni fuggite dalla Russia dopo la rivoluzione e la guerra civile. E accanto a loro c’erano migliaia di familiari e civili.
Questa diversità sarebbe diventata fondamentale quando si pose il problema del loro futuro.
Per chi aveva combattuto contro l’Unione Sovietica, il ritorno significava esporsi all’accusa di collaborazionismo e tradimento. Per gli emigrati anticomunisti significava ritornare sotto il potere dal quale erano fuggiti molti anni prima. Alcuni, inoltre, non erano mai stati cittadini dell’Unione Sovietica, circostanza che rende ancora oggi particolarmente controversa una parte delle consegne effettuate dagli Alleati.
Eppure nei primi giorni la vita nei campi poteva ancora alimentare l’illusione che la resa agli inglesi avesse messo fine al pericolo.
Quell’illusione durò poco.
Alla fine di maggio iniziarono le operazioni che avrebbero segnato definitivamente la storia di Lienz.
Il primo passaggio fu la separazione di una parte degli ufficiali e dei comandanti cosacchi.
Il 28 maggio 1945, centinaia di ufficiali furono allontanati dai campi con il pretesto di un incontro con le autorità britanniche. Tra loro si trovavano alcune delle figure più importanti del movimento cosacco che aveva collaborato con la Germania, compresi Pëtr Krasnov e Andrej Škuro.
Non fecero ritorno.
Furono trasferiti e consegnati alle autorità sovietiche. Krasnov, Škuro e altri importanti comandanti sarebbero stati successivamente processati a Mosca e giustiziati nel 1947.
Nei giorni successivi divenne evidente che la consegna non avrebbe riguardato soltanto i vertici militari.
Anche soldati e civili dovevano essere trasferiti sotto il controllo sovietico.
Quando la notizia si diffuse nei campi, la paura si trasformò in disperazione.
Molti rifiutavano di salire sui mezzi destinati al trasferimento. Si verificarono tentativi di fuga e forme di resistenza. Alcuni cercarono rifugio nei boschi e sulle montagne circostanti; altri preferirono togliersi la vita piuttosto che essere riconsegnati.
Il 1° giugno 1945 rimase nella memoria cosacca come uno dei momenti simbolici della tragedia di Lienz.
Militari britannici procedettero allo sgombero e al trasferimento di uomini, donne e bambini che cercavano di opporsi alla partenza. Le scene di quei giorni sarebbero rimaste profondamente impresse nella memoria dei sopravvissuti e delle comunità cosacche dell’emigrazione.
Per i rimpatriati i destini furono diversi.
I principali responsabili politici e militari furono processati; altri vennero condannati a pene detentive o inviati nei campi di lavoro sovietici. Non tutti subirono lo stesso trattamento e non tutti avevano avuto le stesse responsabilità.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più difficili della vicenda.
Nella stessa operazione finirono coinvolti combattenti, collaborazionisti, oppositori storici del bolscevismo e civili che avevano seguito le proprie famiglie attraverso l’Europa.
Lienz diventò così uno dei luoghi più dolorosi della memoria cosacca del Novecento.
A Lienz si concluse qualcosa che era cominciato molto prima dell’arrivo dei cosacchi in Friuli.
Per alcuni, il viaggio era iniziato con la rivoluzione e la guerra civile russa. Per altri con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e con la scelta di combattere contro il regime sovietico.
La guerra li aveva progressivamente spinti verso occidente.
Il Kosakenland in Norditalien aveva rappresentato, per pochi mesi, l’illusione che quel movimento potesse finalmente arrestarsi.
Nelle montagne della Carnia erano state organizzate stanitse, scuole, luoghi di culto, amministrazioni e servizi. Famiglie che da anni si spostavano attraverso l’Europa avevano cercato di ricostruire una comunità.
Ma quella nuova patria aveva una contraddizione alla propria origine.
Era stata costruita in una terra già abitata, attraverso un’occupazione militare e grazie alla protezione della Germania nazista.
Quando il Terzo Reich crollò, crollò inevitabilmente anche il progetto che aveva reso possibile il Kosakenland.
La fuga verso l’Austria rappresentò la perdita dell’ultima terra promessa.
Lienz rappresentò la fine dell’ultima speranza.
Per molti il lungo viaggio verso occidente terminò con un viaggio forzato nella direzione opposta.
La storia del Kosakenland non può essere racchiusa in una sola memoria.
Ci furono uomini che scelsero di combattere al fianco della Germania nazista e parteciparono alla repressione della Resistenza. Ci furono popolazioni friulane costrette a subire l’occupazione, le requisizioni, l’abbandono delle proprie case, la paura e le violenze della guerra.
E ci furono, all’interno delle comunità cosacche, donne, bambini, anziani e civili trascinati per anni attraverso un’Europa in guerra.
Le responsabilità non furono uguali.
Raccontare insieme queste storie non significa renderle equivalenti.
Significa provare a comprendere una delle contraddizioni più profonde della guerra: come persone e comunità segnate dalla persecuzione e dall’esilio possano diventare, in un altro luogo e dentro un altro sistema politico e militare, parte di una forza occupante.
Anche per questo i ricordi lasciati dal Kosakenland sono così diversi.
C’è chi ricordava soprattutto la paura, i rastrellamenti e le violenze. Chi ricordava la propria casa requisita o divisa con un’altra famiglia. Chi ricordava invece una donna, un bambino, un cavallo, un oggetto scambiato o poche parole pronunciate in lingue che nessuno comprendeva.
Non esiste una sola memoria del Kosakenland.
Esistono le testimonianze, i documenti, le fotografie, gli archivi e il lavoro degli storici. Ed esistono i ricordi conservati per decenni nelle famiglie e nei paesi.
È dall’incontro tra queste tracce che possiamo provare a ricostruire ciò che accadde.
Nel 1944 le steppe dell’Europa orientale e le montagne del Friuli sembravano appartenere a mondi lontanissimi.
Per pochi mesi, la guerra le unì.
E nelle vallate della Carnia quella storia lasciò una traccia che non è mai scomparsa.
Il nono e ultimo capitolo racconta la resa dei cosacchi alle forze britanniche, la loro consegna alle autorità sovietiche e la fine di un viaggio iniziato migliaia di chilometri più a est.