La caduta della Zona Libera della Carnia non significò la fine della Resistenza.
Mentre nei paesi prendeva forma il Kosakenland e migliaia di cosacchi e caucasici si insediavano con le loro famiglie, nei boschi e sulle montagne la guerra continuava.
Le formazioni partigiane, costrette ad abbandonare molti dei territori controllati durante l’estate del 1944, tornarono alla clandestinità e alla guerriglia. Piccoli reparti si spostavano tra vallate, boschi e stavoli, cercando di evitare lo scontro diretto con forze numericamente e militarmente superiori.
La perdita dei paesi e delle principali vie di comunicazione rendeva tutto più difficile. I collegamenti tra i reparti diventavano precari, trovare rifugi e rifornimenti era sempre più rischioso e l’inverno nelle montagne imponeva condizioni durissime.
Ma la Resistenza non scomparve.
I partigiani continuarono a muoversi sul territorio, mantenendo contatti con la popolazione, organizzando azioni e cercando di ostacolare il controllo degli occupanti. La conoscenza delle montagne, dei sentieri e dei boschi permetteva loro di continuare una guerra molto diversa da quella combattuta nei mesi della Zona Libera.
Per il comando tedesco la loro presenza continuava a rappresentare una minaccia.
La Carnia e l’Alto Friuli erano attraversati da vie di comunicazione essenziali verso l’Austria e il territorio del Reich. Con l’avanzare degli Alleati e il progressivo deteriorarsi della situazione militare tedesca, mantenere sicuri quei collegamenti diventava sempre più importante.
Impedire ai partigiani di tornare a controllare le vallate significava quindi proteggere le retrovie tedesche e mantenere aperte le vie verso nord.
Il controllo del territorio doveva essere continuo. Strade, ponti, paesi e passaggi attraverso le montagne dovevano essere sorvegliati, mentre ogni presenza partigiana doveva essere individuata e contrastata.
Fu anche per questo che le formazioni cosacche e caucasiche erano state trasferite in Friuli.
La loro presenza permetteva ai tedeschi di disporre di migliaia di uomini da utilizzare nel presidio delle vallate e nelle operazioni contro le formazioni partigiane. Il Kosakenland aveva quindi anche una precisa funzione militare.
Il loro compito non era soltanto occupare e presidiare il territorio.
Significava pattugliare le strade, controllare i paesi, cercare i rifugi partigiani e partecipare ai rastrellamenti nelle vallate e nelle zone di montagna.
Dovevano combattere la Resistenza.
Dopo la grande offensiva dell’autunno 1944, la guerra partigiana cambiò forma.
La possibilità di controllare apertamente paesi e vallate era venuta meno. Le formazioni della Resistenza dovettero disperdersi e trovare rifugio nelle zone più difficili da raggiungere.
L’inverno rendeva tutto più duro.
Freddo, neve, scarsità di viveri e difficoltà nei collegamenti si aggiungevano alla pressione esercitata dai presidi tedeschi, fascisti e cosacchi.
Il Diario storico della Divisione Garibaldi Carnia restituisce bene questa condizione: nel dicembre 1944 ai reparti veniva ordinato di raggiungere zone stabilite per l’inverno, costruire ricoveri e soprattutto evitare combattimenti non necessari che potessero attirare le forze nemiche. Tra il 1° e il 14 dicembre vengono registrati rastrellamenti quasi continui.
La guerra diventò così una lotta fatta di movimento e sopravvivenza.
I partigiani conoscevano sentieri, boschi, stavoli e passaggi della montagna. Potevano colpire rapidamente e disperdersi prima dell’arrivo di forze superiori.
Dall’altra parte, i reparti cosacchi presidiavano paesi, strade e punti strategici, effettuando pattugliamenti e partecipando alle operazioni di ricerca delle formazioni partigiane.
Non esisteva più un fronte chiaramente riconoscibile.
Il territorio stesso era diventato il campo di battaglia.
Il controllo della Carnia richiedeva una presenza militare continua.
Insieme alle forze tedesche e ai reparti della Repubblica Sociale Italiana, formazioni cosacche e caucasiche parteciparono a pattugliamenti, rastrellamenti e operazioni antipartigiane.
L’impiego contro la Resistenza non fu quindi un aspetto secondario dell’occupazione: era una delle ragioni stesse per cui queste forze erano state trasferite nel territorio dell’Operationszone Adriatisches Küstenland.
La geografia della Carnia rendeva però estremamente difficile eliminare completamente le formazioni partigiane.
La guerra si combatteva lungo le strade e le mulattiere, nei boschi, negli stavoli, sui passi e nelle vallate. Un presidio poteva controllare un paese o una strada, ma pochi chilometri più lontano i partigiani potevano continuare a muoversi.
Le azioni della Resistenza provocavano nuove operazioni di ricerca e rastrellamento.
A loro volta i rastrellamenti costringevano i partigiani a spostarsi continuamente, nascondersi e cercare nuovi collegamenti con la popolazione.
Era una guerra di movimento dentro uno spazio relativamente piccolo, nella quale occupanti, partigiani e civili si trovavano continuamente vicini.
E proprio per questo le conseguenze sulla popolazione furono pesantissime.
La repressione antipartigiana non riguardò soltanto chi combatteva con le armi.
La distinzione tra combattenti e popolazione civile poteva diventare estremamente fragile, soprattutto quando i partigiani dipendevano dal territorio per ottenere informazioni, cibo, riparo e collegamenti.
Requisizioni, arresti, interrogatori, incendi e rappresaglie accompagnarono le operazioni militari.
Le fonti storiche sull’Operazione Ataman documentano inoltre gravi violenze contro la popolazione civile compiute nel corso delle operazioni cosacco-caucasiche.
Questo aspetto è importante perché permette di comprendere anche la diversità delle testimonianze che abbiamo incontrato nel capitolo precedente.
Il cosacco che una famiglia friulana vedeva quotidianamente nella casa requisita poteva essere un civile, un anziano o un membro di una famiglia sfollata dall’Europa orientale.
Il cosacco incontrato durante un rastrellamento apparteneva invece a un apparato militare incaricato di combattere la Resistenza.
Le due realtà appartenevano allo stesso Kosakenland, ma potevano produrre esperienze e memorie completamente differenti.
La violenza raggiunse anche le donne. Studi recenti hanno ricostruito specificamente i crimini e le violenze sessuali commessi da collaborazionisti cosacco-caucasici in Friuli nel 1944-45, una dimensione rimasta a lungo ai margini della memoria pubblica di quegli avvenimenti.
Dietro l’immagine esotica dei cavalieri cosacchi esisteva quindi anche la realtà brutale di una guerra di occupazione.
Per gli abitanti della Carnia furono mesi di paura e incertezza.
La popolazione viveva stretta tra la presenza degli occupanti e una Resistenza che continuava a operare sulle montagne.
I partigiani avevano bisogno dell’appoggio della popolazione: informazioni, viveri, luoghi nei quali nascondersi, persone capaci di mantenere i collegamenti tra un reparto e l’altro.
Ma proprio questi rapporti esponevano i civili al rischio delle rappresaglie.
Aiutare un partigiano poteva significare mettere in pericolo se stessi e la propria famiglia.
La guerra entrava quindi nelle scelte quotidiane delle persone.
Dare del pane. Nascondere qualcuno. Portare un messaggio. Non rivelare ciò che si era visto. Oppure cercare semplicemente di rimanere fuori da un conflitto nel quale ogni decisione poteva avere conseguenze.
Non esisteva una linea precisa che separasse il fronte dalla vita civile.
Partigiani, occupanti e popolazione abitavano lo stesso territorio e spesso gli stessi piccoli paesi.
Una pattuglia poteva attraversare una strada poche ore dopo il passaggio di un gruppo partigiano. Un’azione compiuta sulle montagne poteva produrre conseguenze nel paese sottostante.
La guerra era diventata una presenza quotidiana.
Anche la contrapposizione tra “cosacchi” e “partigiani” rischia però di semplificare una realtà molto più complessa.
Non tutti gli uomini provenienti dall’Unione Sovietica che si trovavano in Friuli combattevano dalla parte tedesca.
Nelle formazioni della Resistenza operarono anche russi, georgiani, ucraini e altri ex cittadini sovietici, alcuni dei quali avevano precedentemente prestato servizio nelle formazioni poste sotto controllo tedesco.
Tra queste esperienze vi fu quella del Battaglione Stalin, inserito nelle formazioni partigiane della Carnia. Le fonti della Resistenza ne documentano l’attività anche durante il difficile inverno 1944-45.
Questo significa che, sulle montagne friulane, uomini provenienti da regioni lontanissime dell’Europa orientale potevano trovarsi a combattere gli uni contro gli altri, all’interno di schieramenti differenti.
È un altro elemento che rende difficile ridurre questa storia a categorie semplici.
La Seconda guerra mondiale aveva trascinato fino in Friuli conflitti, divisioni e scelte nate migliaia di chilometri più a est.
L’inverno 1944-45 fu particolarmente difficile per le formazioni partigiane.
Dopo la perdita della Zona Libera, l’obiettivo non era più governare un territorio ma sopravvivere, mantenere le proprie strutture e arrivare alla primavera.
I reparti si dispersero nelle zone montane, costruendo ricoveri e cercando di evitare le grandi operazioni di rastrellamento.
Il Diario della Divisione Garibaldi Carnia racconta continui spostamenti, difficoltà nei rifornimenti e scontri con i cosacchi. Il 1° dicembre registra combattimenti nella zona di Prato
Carnico e Rigolato; nei giorni successivi i rastrellamenti continuarono a mettere sotto pressione i reparti partigiani.
Nonostante la pressione militare, la Resistenza non venne eliminata.
Continuò a mantenere uomini, collegamenti e capacità operativa fino alla fase finale della guerra.
E con l’arrivo della primavera lo scenario cambiò nuovamente.
Questa volta in modo definitivo.
Nella primavera del 1945 anche in Carnia la situazione militare cominciò a cambiare rapidamente.
Mentre il fronte tedesco cedeva e gli Alleati avanzavano nell’Italia settentrionale, le formazioni partigiane intensificarono la propria attività, cercando di riconquistare spazi e libertà di movimento nelle vallate.
La guerra contro la Resistenza continuava. Pattugliamenti, rastrellamenti, scontri e azioni di guerriglia accompagnarono anche le ultime settimane dell’occupazione, mentre il controllo tedesco e cosacco del territorio diventava sempre più difficile da mantenere.
I partigiani tornarono progressivamente ad agire con maggiore forza, colpendo presidi e collegamenti e preparandosi alla fase finale della guerra.
L’equilibrio che per mesi aveva sostenuto il Kosakenland stava ormai cambiando.
Nelle montagne della Carnia la guerra non era ancora finita, ma era ormai evidente che il controllo del territorio stava nuovamente passando di mano.
Il settimo capitolo racconta il ruolo delle formazioni cosacche nella guerra antipartigiana e le conseguenze del conflitto sulla popolazione civile.