- CAPITOLO 2 -

CHI ERANO I COSACCHI

Un popolo delle steppe

Prima di arrivare tra le montagne del Friuli, i cosacchi avevano attraversato secoli di storia.

Il loro mondo era nato molto lontano dalla Carnia, nelle immense pianure dell’Europa orientale, lungo i grandi fiumi che attraversavano le steppe tra l’Impero russo, il Caucaso e il Mar Nero.

Guerrieri, cavalieri, contadini e custodi di una forte identità comunitaria, i cosacchi furono per secoli protagonisti della storia dell’Impero russo. Il loro rapporto con il potere fu complesso: difesero frontiere, combatterono nelle guerre degli zar e conservarono a lungo proprie forme di organizzazione e autonomia.

All’inizio del Novecento quel mondo venne però travolto dalla rivoluzione, dalla guerra civile e dalla nascita dell’Unione Sovietica.

Quando, vent’anni più tardi, la Germania nazista invase l’URSS, quelle antiche fratture tornarono drammaticamente a riaprirsi.

Per comprendere perché migliaia di cosacchi arrivarono in Carnia nel 1944 bisogna quindi partire da molto lontano.

UN POPOLO DELLE STEPPE

Per secoli le comunità cosacche vissero soprattutto lungo i grandi fiumi e nelle steppe dell’Europa orientale, nelle regioni del Don, del Kuban e del Terek, ma anche in altri territori dell’immenso spazio russo.

Non costituivano un’unica etnia né una popolazione completamente omogenea. Erano comunità diverse, accomunate da particolari forme di organizzazione sociale e militare, da un forte senso di appartenenza e da una tradizione di autonomia profondamente radicata.

Il loro immaginario e la loro vita erano strettamente legati alla terra, ai grandi fiumi e soprattutto al cavallo. La capacità di muoversi rapidamente attraverso territori vastissimi contribuì a fare dei cosacchi una delle più celebri cavallerie dell’Europa orientale.

Le comunità erano organizzate secondo strutture proprie e guidate dagli atamani, figure che esercitavano funzioni militari e politiche e che sarebbero rimaste centrali nell’identità cosacca anche nei secoli successivi.

Il rapporto con l’Impero russo cambiò nel corso del tempo. Progressivamente i cosacchi entrarono al servizio degli zar, diventando una componente importante dell’esercito imperiale e partecipando alle guerre e all’espansione dell’Impero.

In cambio del servizio militare, le comunità cosacche conservarono terre, privilegi e forme di autonomia.

Nacque così un rapporto destinato a durare per generazioni: servire l’Impero senza perdere completamente la propria identità.

Le tradizioni militari, la religione ortodossa, le strutture comunitarie e la memoria delle antiche autonomie continuarono a costituire elementi fondamentali del mondo cosacco.

Un mondo che sembrava destinato a durare.

Poi arrivò il 1917.

LA RIVOLUZIONE E LA FINE DI UN MONDO

La Rivoluzione russa del 1917 e la caduta dell’Impero zarista cambiarono radicalmente il destino delle comunità cosacche.

Il sistema politico e sociale all’interno del quale avevano vissuto per generazioni scomparve in pochi mesi.

Durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione, il mondo cosacco si trovò a sua volta diviso. Molti combatterono nelle armate bianche contro i bolscevichi, mentre altri si schierarono con il nuovo potere rivoluzionario.

La vittoria dell’Armata Rossa segnò comunque una frattura profonda.

Le politiche sovietiche colpirono le strutture tradizionali delle comunità cosacche attraverso repressioni, confische, deportazioni e interventi destinati a ridurne l’autonomia e il ruolo sociale e militare.

Per molte famiglie significò la perdita di terre, posizioni e di un mondo che per secoli aveva rappresentato il centro della propria identità.

Una parte dei cosacchi abbandonò la Russia e prese la strada dell’esilio, disperdendosi in diversi paesi europei. Altri rimasero nell’Unione Sovietica e attraversarono le profonde trasformazioni imposte dal nuovo regime.

Ma la memoria della guerra civile, delle persecuzioni e della sconfitta non scomparve.

Quel passato sarebbe riemerso drammaticamente vent’anni più tardi, quando una nuova guerra raggiunse le terre dell’Unione Sovietica.

DALL'OPERAZIONE BARBAROSSA ALL'ALLEANZA CON I TEDESCHI

Il 22 giugno 1941, con l’Operazione Barbarossa, la Germania nazista invase l’Unione Sovietica.

La guerra raggiunse nuovamente le regioni nelle quali vivevano le comunità cosacche e riaprì ferite che risalivano alla rivoluzione e alla guerra civile.

Per una parte del mondo cosacco, l’avanzata tedesca sembrò offrire l’occasione di combattere il regime sovietico e, forse, di recuperare almeno una parte dell’autonomia perduta.

Le motivazioni furono diverse e spesso profondamente intrecciate: anticomunismo, memoria delle repressioni, speranza di riconquistare le antiche terre, necessità di sopravvivere in una guerra che stava travolgendo intere popolazioni.

Migliaia di cosacchi entrarono così nelle formazioni militari poste al servizio della Germania nazista.

Ma quella che inizialmente riguardava soprattutto uomini in armi assunse progressivamente dimensioni molto più grandi.

Con il mutare del fronte cominciarono a spostarsi anche donne, bambini, anziani e famiglie, portando con sé carri, cavalli, animali e quanto era possibile salvare.

La guerra, ancora una volta, stava trasformando una vicenda militare in un movimento di popolazione.

Quando l’Armata Rossa riprese l’iniziativa e iniziò ad avanzare verso occidente, le forze tedesche e le popolazioni che le avevano seguite furono costrette ad abbandonare progressivamente i territori sovietici.

Per migliaia di cosacchi cominciò così un lungo viaggio verso ovest.

Il sogno di ritornare nelle antiche terre del Don e del Kuban si allontanava sempre di più.

Occorreva trovare un’altra terra.

VERSO UNA NUOVA TERRA

Nel novembre 1943, mentre l’andamento della guerra diventava sempre più sfavorevole alla Germania, le autorità tedesche prospettarono ai cosacchi la possibilità di ottenere un territorio nel quale insediarsi, nell’attesa che un ritorno nelle terre d’origine diventasse nuovamente possibile.

Per una popolazione che da anni viveva tra guerra, spostamenti ed esilio, quella promessa assumeva un significato enorme.

Ma la nuova terra non sarebbe stata sul Don, sul Kuban o nelle steppe del Caucaso.

Sarebbe stata migliaia di chilometri più a occidente.

Nell’estate del 1944 lo sguardo tedesco si rivolse verso una regione montuosa dell’Italia nordorientale: la Carnia e l’Alto Friuli.

Era un territorio che il Terzo Reich controllava direttamente all’interno della Zona d’operazioni del Litorale Adriatico e nel quale la presenza partigiana rappresentava un problema sempre più rilevante.

Proprio in quei mesi, infatti, nelle montagne friulane stava accadendo qualcosa di straordinario.

La Resistenza era riuscita a liberare un vasto territorio dall’occupazione nazifascista. Paesi e vallate sperimentavano nuove forme di amministrazione e di partecipazione politica mentre prendeva forma una delle più importanti esperienze di autogoverno partigiano dell’Italia occupata.

Così, mentre migliaia di cosacchi avanzavano verso occidente alla ricerca della terra che era stata loro promessa, nelle montagne alle quali erano destinati partigiani e popolazione civile stavano combattendo per liberare quella stessa terra dall’occupazione tedesca.

Due storie nate a migliaia di chilometri di distanza stavano per incontrarsi.

Prima che il Kosakenland potesse nascere, però, quella esperienza di libertà doveva essere sconfitta.

La nuova patria promessa ai cosacchi era la terra della Repubblica partigiana della Carnia.

IL FILM - Capitolo 2

"CHI ERANO I COSACCHI"

Dalle steppe dell'Europa orientale alla Seconda guerra mondiale

Il secondo capitolo racconta le origini dei cosacchi, il loro rapporto con l’Impero russo e gli eventi che portarono una parte del mondo cosacco a schierarsi contro l’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale.

INQUADRAMENTO STORICO

LUOGO

Don, Kuban, Terek e Caucaso

PERIODO

Dal XV secolo al 1944

ARGOMENTO

Origini, cultura e identità delle comunità cosacche e il loro rapporto con l'Impero russo e l'Unione Sovietica.

VIDEO

1 min 45 s